Corsi lingua cinese

  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size
  • default color
  • black color
Home arrow Storia della Cina arrow Storia della Cina - La dinastia Ming e Qing
Storia della Cina - La dinastia Ming e Qing PDF Stampa E-mail

La dinastia Ming e Qing 

Alla sua morte il potere venne preso da Yongle (1403-1424), sotto il quale venne alleggerita la pressione fiscale.  La capitale fu riportata a Pechino il che rese la dinastia più esposta alle invasioni barbariche. In questo periodo si svolsero i famosi viaggi di esplorazione e mercantili dell’eunuco musulmano Zheng He, che giunse a toccare le coste arabe e somale. Queste missioni costituirono l’apogeo della potenza mercantile dell’Impero, che possedeva all’epoca la più avanzata tecnologia navale al mondo; la decisione di bruciare la flotta, presa nel vano tentativo di conservare l’isolamento della Cina, significò l’inizio del suo declino nello scenario internazionale.

Nel 1517 i Portoghesi erano giunti a Canton, dove avevano ottenuto il permesso di commerciare per poi spostarsi a Macao e seguiti dagli Olandesi e dagli spagnoli. Con loro erano potuti entrare in Cina i missionari gesuiti, che, nel tentativo di diffondere il cristianesimo avevano assunto abiti e lingua cinesi. Tra di loro emerse Padre Matteo Ricci da Macerata, che indossati gli abiti confuciani, si era fatto conoscere a corte per le sue grandi conoscenze della cultura classica cinese e fu ricordato, alla sua morte, come uno dei maggiori studiosi cinesi dell’epoca.

Causa di caos furono le rivolte popolari causate dal vagabondaggio in seguito alla disgregazione delle campagne. Tra di esse, la più importante fu quella di Li Zicheng, il quale, dal Nord della Cina aveva proclamato una sua dinastia e costretto l’imperatore al suicidio nel 1644. Wu Sangui, generale che comandava le truppe al confine coreano, chiese l’aiuto dei Manciù, popolo di stirpe tungusa e etnicamente parente dei mongoli stanziati nel nord est dell’attuale Repubblica Popolare. I Mancia riuscirono a cacciare Li, ma invasero Pechino, trovandosi la strada spianata per l’appoggio della piccola proprietà terriera.
Il popolo mancese si era riunito nei primi anni del diciassettesimo secolo, mostrandosi come la nuova potenza nomade delle steppe erede dei Nuzhen. Ottimi commercianti di cavalli si erano in gran parte ritirati a uno stile di vita stanziale. Nurhaci, figlio di un mercante di pelli e ginseng, aveva iniziato una politica di conquista e si era fatto proclamare Gran Khan dei Dajin, nel 1616, occupando la Manciuria propria e fondando a Mukden la sua sede, attribuendo al suo popolo il nome di Manciù (da Manju, “Il popolo forte”). Ammiratore dei cinesi e aiutato da alcuni di essi, aveva elaborato un sistema nuovo di circoscrizione, un alfabeto, leggi e norme. Fu però sotto la reggenza di Dorgon che i Manciù poterono invadere la Cina, che fu conquistata dopo la resa delle regioni del sud nel 1661.

La nuova dinastia, che prese il nome di Qing (Pura), contò alcuni degli imperatori più noti nella storia cinese, tra cui Kangxi, salito al potere da bimbo, già a 14 anni prese in mano le redini del comando, approfondendo la sinizzazione culturale e linguistica del suo popolo; cercò di promuovere la cultura confuciana, ma restò aperto, all’influenza scientifica dei gesuiti, anche se nel 1705 i rapporti con la Santa Sede ebbero a deteriorarsi per via della questione dei riti: infatti coll’enciclica “Ex illa die”, il papato si oppose alla prassi gesuitica che permetteva ai convertiti cinesi di compiere riti per gli antenati e in onore di Confucio e si schierò colle posizioni oltranzistiche dei francescani, il che causò la reazione dell’imperatore che vedeva in questo un’illegittima ingerenza del Papa nella vita politica cinese.  Nel 1773 l’ordine gesuita fu sciolto e l’influenza cattolica in Cina decadde in pratica per sempre.
Qianlong (1736 – 1799), fu uno dei migliori imperatori, perfetto confuciano, poeta e patrocinatore delle arti. Estese i confini dell’impero che divenne il più grande dell’epoca.

Nel diciottesimo secolo gli Inglesi, giunti in Cina, avevano avuto l’autorizzazione a commerciare con alcune corporazioni di Canton, ma il bilancio delle loro attività era nettamente passivo per via dei dazi doganali imperiali. Gli inglesi, falliti i tentativi di diventare esportatori di cotone, erano ricorsi allo smercio dell’oppio, tratto dalla Compagnie delle Indie, bene che poteva essere facilmente commercializzato e che, causando dipendenza, assicurava la crescita costante delle importazioni. Questo commercio causò seri problemi sociali all’impero, come il gran numero di tossicodipendenti.

Prevalse nella politica cinese la tendenza estremista, che voleva la cura obbligatoria degli oppiomani e che costrinse gli inglesi ad abbandonare Canton, a bruciare le scorte di oppio e ad allontanarsi poi anche da Macao, dove i Portoghesi li avevano accolti. Ciò finì con l’irritare gli altri settori del commercio inglese, che volevano appoggiarsi allo smercio dell’oppio per imporsi sul mercato cinese. Conseguenza di questa situazione fu la guerra e l’occupazione di Canton, Shanghai e Ningbo da parte dell’esercito britannico. Il trattato di Nanchino del 1842, primo dei cosiddetti trattati ineguali, concedeva l’apertura di alcuni porti, come Shanghai, l’autorizzazione ai mercanti inglesi di risiedere nelle aree dei porti e l’estensione all’Inghilterra di qualsiasi privilegio che l’Impero avesse concesso ad un’altra nazione (clausola della nazione più favorita).

L’Impero stava decadendo: sempre più tasse, corruzione, incremento demografico lo stavano martoriando. Questi problemi sociali causarono lo scoppio di numerose rivolte, la maggior parte delle quali legate a società segrete che facevano capo alla setta del Loto Bianco, nel nord e alla Triade nel sud e che si rivolgevano agli strati marginali della società. Uno dei ribelli, Hong Xiuquan, educato da missionari protestanti, si proclamò fratello minore di Gesù e creò un’organizzazione ribelle tra i battellieri e i contadini del sud costiero. Fondò il Celeste Regno della Pace (Taiping Tianguo) a Nacnhino tra il 1853 e il 1864, creando uno stato egualitario e puritano, che sanciva la  ridistribuzione delle terre e promuoveva l’emancipazione femminile. Questo esperimento statale tuttavia non durò molto a causa dell’opposizione della proprietà terriera locale.

Tra il 1860 e il 1885 scoppiarono in Cina più di cento ribellioni, che colpirono la parte più ricca dell’Impero, cioè quella meridionale, indebolendo la compagine statale.
Gran Bretagna e Francia, con un futile pretesto, scatenarono la II guerra dell’Oppio, nel 1856, che costrinse la Cina a firmare due trattati, quello di Tianjin e di Pechino. I trattati aprivano l’Impero al commercio straniero, con numerosi privilegi e l’esenzione dai dazi, il che scatenò nella popolazione locale i sentimenti xenofobi. Tra il 1854 e il 1864 sorsero le Concessioni, aree sotto il controllo occidentale, dove gli stranieri godevano del diritto di extraterritorialità.


Il malcontento per la crisi economica e per i privilegi occidentali sfociarono nella rivolta dei Boxer, imprecisa traduzione del cinese Yihequan (Pugno per la giustizia e la concordia), organizzazione segreta dedita alla arti marziali, fortemente xenofoba e all’inizio anti-mancese che allignava tra battellieri, contadini e vagabondi. Nel 1900 i Boxer organizzarono bande armate contro i convertiti e i missionari e la stessa Imperatrice Vedova Cixi dichiarò guerra alle potenze occidentali nel nord – dove si svolgevano le rivolte – mentre nel sud segretamente le appoggiava. Gli eserciti stranieri invasero Pechino e Tianjin massacrando Boxer e semplici civili.

Nel 1901 la guerra russo-giapponese, conclusasi col trattato di Portsmouth nel 1905, cedeva la Manciuria meridionale al Giappone (che aveva conquistato nel frattempo la Corea, tradizionale vassallo della Cina) e parte della Mongolia alla Russia. Il Tibet, nel 1903 finì sotto il controllo inglese.

Di fronte allo strapotere economico e tecnico dell’occidente sorsero molti tipi diversi di atteggiamenti filosofici, tra cui, a corte, la Scuola dei Puri che si rifiutava di riconoscere il problema e gli Yangwu che premevano per riforme alla occiedentale, solo funzionali, che non trasformassero però l’originale spirito cinese, come esprimeva il loro proverbio “usare i barbari contro i barbari”. Vennero create le prime industrie e cantieri moderni, prima sotto il controllo governativo, poi a gestione mista statale-privata, esperimento che dovette fallire a causa della sconfitta subita Giappone nel 1895.

Il governo reagì tardivamente alle ineludibili richieste di trasformazione con una serie di riforme, tra cui l’istiuzione del ministero dell’istruzione e di università sul modello occidentale, il che non fermò l’espansione dei radicati movimenti anti-mancesi. Nel 1905 Sun Yat-sen, laureto in medicina a Hongkong, che aveva viaggiato in Europa e negli Stati Uniti, fondò la “Lega per i tre principi del popolo (nazionalismo, democrazia, benessere)”. La Lega preparò un’insurrezione nel nord tra il 1907 e il 1911, mentre Sun Yat-sen organizzava una rivolta a Nanchino. Alla fine i due centri di ribellione si trovarono d’accordo nell’eleggere Sun Yat-sen presidente della Repubblica Cinese fondata nel 1912, proclamando la fine dell’impero con la deposizione dell’ultimo sovrano mancese Puyi.

Dinastia Ming  1368 – 1644
Dinastia Qing (Manciù)  1644 - 1912
 

 
< Prec.   Pros. >